Tutta una vita
Immagine generata tramite Gemini
Gli ultimi confratelli entrarono nella parrocchia e si disposero come potevano nell'oscurità del tempio, illuminato unicamente dai ceri che, sull'altar maggiore, rischiaravano il Signore della Colonna, in attesa che rientrasse la processione straordinaria della Vergine.
Dall'esterno trapelava tenue la luce dei candelabri del passo di palio, che cominciava a virare a sinistra avanti, a destra indietro, per volgere la Vergine dell'Amparo verso i devoti che l'avevano accompagnata dalla Cattedrale, dove monsignor Onorio, il vescovo diocesano, l'aveva incoronata canonicamente.
Erano state quasi nove ore di cammino — tre in più di quelle impiegate partendo dallo stesso luogo ogni Giovedì Santo per la loro Stazione di Penitenza — da quando una salva di razzi aveva salutato la venerata immagine del quartiere Arrabal mentre appariva sulla soglia del portone principale della cattedrale. Anche se un po' distante, quel giorno sarebbe stato ricordato dai vicini come storico per il quartiere.
Ed era stata infatti un'intera giornata carica di emozioni per tutti loro: i presenti e gli anziani tornati alla vecchia casa quando la Confraternita li aveva chiamati a raccolta. E quel giorno non poteva essere da meno. Dopo anni di preparativi, formazione e speranza, la loro regina portava sulle tempie il frutto del lavoro di ciascuno di loro; ognuno aveva dato ciò che aveva potuto, senza curarsi che fosse molto o poco, perché lo sforzo di tutti contava. E per don Eduardo, il socio numero uno della corporazione, non era stato diverso.
«Il numero uno, come amava sempre precisare ridendo, solo perché sono il più vecchio». Ed era proprio così, con ottantasette primavere sulle spalle. Davanti agli occhi del venerabile anziano erano passati tutti gli avvenimenti della storia della sua amata confraternita, da quando un gruppo di devoti della parrocchia del neonato quartiere Arrabal, tra i quali c'erano i suoi genitori, aveva iniziato a pensare a come portare la venerata immagine del Signore della Colonna in processione per la Via Crucis del Venerdì di Passione, l'ultimo di Quaresima, che quell'anno coincideva con il settimo compleanno del piccolo Eduardo.
Quel giorno, il cioccolato con i churros con cui i genitori erano soliti festeggiare gli amici di Eduardo fu sostituito da un cero che lui accettò allora malvolentieri, per mettersi in testa alla corta fila di devoti che aprì il cammino al Signore quel pomeriggio per alcune strade vicino alla chiesa.
Don Eduardo varcò la soglia della parrocchia ricordando quel primo giorno trascorso al seguito di quella che sarebbe diventata la sua Confraternita, abbozzando un sorriso e cercando di allentare il nodo della cravatta, proprio come quel primo giorno quando credeva che sua madre non lo guardasse. Ma, quando si sentiva al sicuro, lei appariva sempre per rimproverarlo:
—Eduardo, figlio mio. Ti ho detto di non toglierti la cravatta.
—È che mi stringe, mamma.
—Guarda tuo padre e gli altri —lo sgridava affettuosamente mentre gliela sistemava di nuovo—. Ormai sei un ometto.
—Sì, mamma —rispondeva il piccolo Eduardo rassegnato.
Immerso in questi pensieri entrò nella cappella del Sacrario, come faceva ogni volta che entrava in una chiesa, e si sedette non solo per devozione, ma per la stanchezza. Ma ne era valsa la pena. Lì seduto, non solo riposò le sue ossa stanche, ma si placò anche lo spirito dopo una giornata di tante emozioni.
«Chi me lo doveva dire, pensava don Eduardo, che avrei vissuto questo giorno, da quando la vidi per la prima volta quel giorno in cui arrivò dal laboratorio di Mariano Martín, "famoso scultore e artista sacro", come c'era scritto su quel biglietto che papà mise nel cassetto dello scrittoio dell'ufficio che don Pedro, il parroco di allora, ci concedeva come segreteria della confraternita».
Nella mente di don Eduardo iniziarono a sfilare i bei momenti vissuti nella sua Confraternita e quelli meno belli, in cui era stato necessario rimboccarsi bene le maniche per mandare avanti il sodalizio; come quando chiuse la fabbrica di gassose che dava lavoro a mezzo Arrabal e che rappresentò più di un vero grattacapo per il quartiere. O come quando anni più tardi, arrivò in parrocchia un nuovo prete di quelli «moderni» di allora e si impuntò per cacciare la confraternita dalla parrocchia. Quasi ci riuscì, ma il suo Cristo e le mille pratiche sbrigate dai responsabili di allora impedirono che venissero cacciati dalla loro casa.
Ma oggi era un giorno di ricordi felici. Come quando, avendo Eduardo appena compiuto dieci anni e a soli due mesi da quando il vescovado aveva permesso alla confraternita di compiere la Stazione di Penitenza alla cattedrale, con una mancanza quasi totale di mezzi, la compagnia scese in strada per il suo primo Giovedì Santo.
«Eravamo così pochi —sorrideva don Eduardo—. Poco più di un centinaio di nazareni per accompagnare il nostro Cristo della Colonna su quel piccolo fercolo improvvisato, con insegne prestate o quelle "provvisorie" fatte da Curro in quella che era stata la sua falegnameria prima di andare in pensione; e un paio di bandiere cucite da Lola "la del costal" tra le commissioni che le arrivavano al suo piccolo laboratorio di sartoria, su una delle quali era stata applicata una vecchia pittura donata da don Pedro, il vecchio parroco, affinché fosse l'insegna dell'Immacolata che oggi, tanti anni dopo, è tornata in processione portata da Enrique, uno dei nipoti di Lola».
Ma, tra tutti, il ricordo più vivo nella vita di don Eduardo era il primo incontro faccia a faccia con quella che, da allora, è la vergine della sua devozione: la Vergine dell'Amparo.
«Ero già un ragazzino di appena dodici anni —ricordava tra sé— e quel pomeriggio d'autunno uscii presto da scuola. Lo ricordo come se fosse ieri. Passai davanti alla chiesa e, svoltato l'angolo, vidi parcheggiato il furgone che Luis, il lattaio, aveva prestato a quelli della Confraternita davanti alla porta che dà ai saloni parrocchiali».
«Sapendo da mio padre dove erano andati, feci marcia indietro ed entrai in chiesa. Mi infilai nei saloni per quel corridoio che poi tolsero per ampliarli per i gruppi di catechismo senza farmi vedere, e lì mi nascosi. Li vidi poggiare una grande cassa di legno in mezzo al salone, aprirla e...»
«E allora mio padre mi scoprì e mi tirò fuori da lì per l'orecchio. Mi fa ancora male a ricordarlo —rideva tra sé portandosi la mano allo stesso punto—. Ma lì c'era la Vergine. La potei vedere perfettamente. Tanto che me ne innamorai pur non essendo ancora benedetta. Fino a oggi».
Fuori dalla cappella sacramentale, il mormorio dei confratelli si andò acquietando a poco a poco. In strada si udivano gli applausi della gente dopo la chicotá che aveva lasciato il passo davanti alla soglia della porta, con il manto riccamente ricamato che sfiorava la rampa che i portatori avrebbero dovuto superare affinché la loro Vergine tornasse a casa.
La luce della cera nei candelabri di coda dava una luce molto speciale ai ricami del baldacchino, mentre Paco «il piccolo» e Lucía, sua figlia, si occupavano con le loro canne di finire di accendere i pochi ceri che si erano spenti durante la manovra di girare il passo affinché, al rientro, la Vergine dell'Amparo restasse rivolta verso il pubblico che riempiva la piazza. Piazza che, per volere popolare, avrebbe portato da quel giorno il nome della sacra immagine che li contemplava.
Eduardo osservava il lento ballo delle canne con lo stoppino fiammeggiante passare da un cero all'altro e gli parve di vedere Anselmo, il padre dell'attuale incaricato e nonno di Lucía, compiere quello stesso compito con una destrezza ancora tutta da sviluppare il primo anno in cui la congrega, finalmente, riuscì a portare il suo passo di palio in strada.
Gli tornavano in mente i ricordi del cammino da casa al tempio accompagnato dalla moglie e dai figli, tutti con l'abito da nazareno. Ma soprattutto l'entusiasmo della piccola Amparito, la figlia minore, che, vestita da chierichetto, avrebbe esordito nella confraternita a quattro anni.
«Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora —sorrise don Eduardo ricordandolo—. Proprio quel primo anno del baldacchino, la confraternita non poté uscire in strada perché, proprio all'ora in cui dovevamo far uscire la Croce Guida, venne giù un diluvio e dovemmo sospendere la Stazione di Penitenza. Ma nonostante tutto, essere lì quel giorno valse la pena. Vederla finalmente sul suo passo, sapendo che non l'avremmo mai più lasciata indietro il Giovedì Santo, fu una grande soddisfazione per tutti. E, lasciando cadere qualche lacrima, ricordò. Prima di tornare a casa, papà mi abbracciò, mi fece gli auguri per il mio quarantaseiesimo compleanno, che per caso cadeva in quel giorno, e recitammo insieme una Salve alla nostra Vergine. Fu l'ultima volta che lo facemmo insieme».
Il colpo del martelletto risuonò in tutto il tempio e si fece un silenzio assoluto. Alla voce del caposquadra, il passo si levò al cielo e la strada scoppiò in applausi che furono rapidamente zittiti dalla folla stessa. La manovra richiedeva la massima precisione e le istruzioni del caposquadra dovevano essere udite bene dai portatori. Ordinò «avanti» e i portatori, girati, cominciarono a camminare lentamente, a poco a poco, attraverso la porta della parrocchia che si andava illuminando gradualmente man mano che i ceri attraversavano la soglia.
Eduardo si avvicinò alla navata centrale della chiesa per vederla meglio e osservò tutti gli elementi che facevano parte del passo di palio della sua confraternita. «Com'era diversa rispetto a quel primo anno in cui la Vergine non aveva ancora nulla di ricamato! Lo scialle l'aveva donato la vecchia Enriqueta dal suo velo di nozze e lo indossa ancora qualche volta. Il piedistallo era di legno, fatto da un figlio di Curro come meglio aveva potuto con gli attrezzi di suo padre, e i candelabri erano incompiuti. Però aveva fiori, molti fiori. Fiori ovunque e messi con molta cura perché non si notassero le mancanze». Gli sembrava di vederlo.
«Com'era poco l'argento che si vedeva allora, eppure a tutti noi sembrava il miglior passopalio del mondo», ricordava nostalgico. E infatti, guardandolo in prospettiva, anche a lui continuava a sembrarlo dopo tanti anni. «Quanti sentimenti ci abbiamo messo tutti nel corso degli anni per avere la meraviglia che sta passando davanti ai miei occhi stanchi! Quanto si sarebbe divertita mamma se avesse potuto vederla così».
«Quante lotterie, banchi di beneficenza o concorsi di ogni tipo avremo organizzato in tutti questi anni per rendere tutto questo possibile, si chiedeva don Eduardo. Quanta gente avrà messo un salvadanaio in casa sua o nei negozi del quartiere affinché tutto questo oggi fosse realtà».
«E tutto senza smettere di dare una mano ai vicini che ne avevano bisogno. Più ci impegnavamo a pagare i lampioni della Croce Guida, più soldi c'erano per dar da mangiare agli anziani dell'ospizio delle suore; e più raccoglievamo per le aste del baldacchino, più ce n'erano per dare borse di studio ai ragazzi del quartiere».
«E quando, dieci anni fa, ci siamo proposti di costruire, si diceva don Eduardo orgoglioso, una casa di accoglienza per ragazze madri e i loro bambini pensando di farla a lungo termine, l'abbiamo terminata in tempo record ed è lì, che funziona a pieno regime e risolve la vita a tutte quelle ragazze. Perfino il vescovo ci ha riconosciuto il lavoro sociale e ci ha concesso, di sua iniziativa, il decreto di incoronazione canonica per la Vergine».
Il passo continuava a percorrere la navata centrale della parrocchia. Aveva appena finito di passare davanti a Eduardo quando Miguel, il caposquadra, lo guardò e ordinò ai suoi uomini di fermarsi invece di proseguire fino all'altare della Vergine come d'abitudine. Un braccio lo cinse da dietro; era Manuela, sua moglie, che lo baciò piano. Accanto a lei Amparo, la figlia minore con il suo figlioletto addormentato in braccio, ancora col suo vestito da chierichetto.
Un'altra mano si posò sulla sua spalla. Era Luis, il figlio maggiore, che si era posizionato dall'altra parte del padre con Mirian, un'altra delle nipoti di Eduardo. E non erano i soli. Tutta la sua famiglia circondava don Eduardo, perfino Susana, che non era molto tipo da queste cose, ma che quel giorno sentì di dover stare accanto alla sua famiglia. Tutti circondavano don Eduardo. Beh, non proprio tutti: Roberto, il figlio di mezzo, era sotto il passo come portatore pronto a dare la sua ultima chicotá prima di ritirarsi dalle stanghe, insieme ad Adolfo, suo figlio maggiore che, senza ancora saperlo, quella notte avrebbe raccolto il testimone di suo padre.
Con il passo a terra, Luis lo spinse affettuosamente in avanti per posizionarlo di fronte alla sua Vergine mentre il caposquadra tornava a battere il martelletto, avvertendo la squadra che si sarebbe data l'ultima levantá di quello storico giorno. Si diresse alla feritoia e chiamò:
—Adolfo!
—Dimmi!
—Ho qui don Eduardo, tuo nonno, storia viva della nostra confraternita. Voglio che questa levantá sia per lui e per tutti quelli che hanno dato l'intera vita per questa compagnia. Attenti, che sarà lui a chiamare! Tutti insieme, coraggiosi! A QUESTA È!
—AL CIELO! —risposero i portatori all'unisono.
E Luis guidò la mano di suo padre verso il martelletto perché lo colpisse e, sotto la navata principale della parrocchia, i portatori portassero la loro vergine in cielo.
Padre e figlio si abbracciarono tra lacrime di gioia ed emozione, mentre il passo riprendeva il suo cammino e entrambi iniziarono a recitare:
—Salve, Regina, Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra...
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