Ana non riusciva a dormire
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Ana era molto agitata e non riusciva a dormire, ma non voleva dirlo alla mamma per paura che non la lasciasse uscire il giorno dopo. Non era un giorno qualunque: era la Domenica delle Palme e lei avrebbe debuttato come nazarena della Borriquita.
In salotto la nonna le aveva lasciato pronto l'abito da nazareno. Un vestito bellissimo che le piaceva tanto: la tunica, che era come una lunga veste bianca, ma più bella, la mantella rossa, con la quale sentiva che sarebbe potuta volare fino alla chiesa, e il cingolo ebraico, che per lei era una "cintura" coloratissima. Le sarebbe piaciuto poterlo indossare a scuola, ma papà non glielo aveva permesso.
Com'era agitata Ana! Non vedeva l'ora di indossare quei vestiti così speciali e che mamma e papà la portassero a San Pedro, dove le avrebbero consegnato la palma con cui accompagnare il «Signore dell'Asinello». Lei avrebbe preferito una di quelle candele giganti, che le avevano spiegato chiamarsi ceri, quelle che vanno con la Madonna, per poter far colare la cera insieme ai suoi amici. Ma, anche se le dispiaceva un po', sono per i più grandi e non gliele possono ancora dare.
Ad Ana avevano spiegato molte cose il giorno in cui il papà l'aveva portata alla sede della confraternita a ritirare la sua «papeleta de sitio», un foglio molto bello dove c'era scritto il suo nome e la posizione che avrebbe occupato nella processione. Quel giorno aveva conosciuto Rocío, una ragazza molto intelligente e simpatica che stava sulla porta della chiesa con tanta altra gente a intrecciare le palme; le avevano detto che sarebbe stata la sua «capofila», la persona che sorveglia e si prende cura dei nazareni perché tutto vada bene. Così il papà aveva detto ad Ana che doveva essere ubbidiente e dare ascolto a Rocío e Nacho.
Nacho era un ragazzo che si sarebbe occupato anche lui di lei, ma che non aveva potuto conoscere perché era da un'altra parte a lucidare l'argento del carro della Madonna degli Angeli. C'era moltissima gente impegnata in mille faccende quel giorno e siccome il papà conosceva alcuni di loro, aveva lasciato Ana un po' con Rocío perché l'aiutasse con la palma che stava intrecciando; Rocío le aveva spiegato che l'avrebbe portata uno dei nazareni che sfilano davanti al carro del Signore. Ana non capiva molto, ma Rocío le spiegò quella e tante altre cose stupende che la lasciarono a bocca aperta.
Il papà l'aveva portata lì altri due giorni, durante i quali Ana aveva conosciuto molte persone e Rocío le aveva insegnato altre cose fantastiche. Ma il momento che le era piaciuto di più era stato quando le avevano dato la sua medaglia. Era dovuta andare vestita elegante a una messa molto speciale: avevano addobbato l'altare con tantissimi fiori e candele, ed era rimasta incantata nel vederlo così sfarzoso. C'era andata con papà, mamma e la nonna, che le raccontava di come si ricordasse del giorno in cui papà aveva ricevuto la sua medaglia quando era ancora un bambino; era la stessa che indossava lui quel giorno. Suo padre la guardava con un gran sorriso.
Era così bella che Ana non aveva permesso alla mamma di riporla, così il papà gliel'aveva appesa alla testiera del letto e ogni sera lei restava a fissarla finché non si addormentava. Ma quella notte non c'era verso di chiudere occhio.
All'improvviso sentì un rumore. Sarà Micho che gioca? Ana guardò ai piedi del letto e vide che il suo gatto non si era acciambellato a dormire come le altre notti e iniziò a preoccuparsi. E se si fosse messo a giocare con il suo vestito nuovo da nazarena e lo avesse rovinato? Il pensiero la inquietava, ma era buio e le faceva un po' paura uscire dalla camera.
Sentì di nuovo un rumore misterioso che sembrava venire dal salotto. «Micho è in soggiorno e mi rovinerà l'abito», pensò. Così, senza pensarci due volte, uscì piano piano per non fare rumore e non svegliare mamma e papà. Arrivò in salotto, ma era chiuso; vide il gattino che la fissava dalla porta della cucina, dove c'era la luce accesa, e sentì di nuovo quel rumore. Le venne un po' di timore, ma si avvicinò per vedere cosa stesse succedendo.
Camminava silenziosa per non svegliare nessuno e perché aveva paura. Pian piano si accostò alla cucina e, appena entrata, andò a sbattere contro il papà, che prese anche lui un bel colpo e quasi fece cadere qualcosa a terra.
—Che ci fai qui, Ana? —le domandò il papà riprendendosi dallo spavento.
—È che non riuscivo a dormire —rispose lei tutta agitata.
Allora suo padre appoggiò sul bancone un piatto che aveva in mano, la prese in braccio e sorrise.
—Sei così nervosa che non riesci a dormire?
Ana rimase in silenzio e abbassò la testa finché il papà non le sollevò il mento, incrociando il suo sguardo, e le disse:
—Neanch'io riesco a dormire, sai? —le diceva mentre la teneva stretta—. Vedendoti in questi giorni così emozionata, proprio come lo ero io alla tua età, ho iniziato a ricordare tante cose che ho rivissuto con te e che mi mancavano. Ma sai cosa mi mancava di più?
—Cosa? —chiese lei incuriosita.
—E che altro! —rispose il padre—. Le torrijas che mi faceva tua nonna. E siccome quest'anno le ha portate di nuovo, stavo per mangiarmene una. Ne vuoi un po' con me?
—Sìììì —rispose la bambina entusiasta.
Il padre mise la torrija sul tavolo, si sedette con la figlia in braccio e condivisero quel dolce mentre Ana gli raccontava tutto quello che aveva vissuto in quei giorni: come sarebbe stato arrivare in chiesa, quanto sarebbe stato bello camminare con la sua palma sul sagrato, per la piazza e lungo il paseo de Santa Fe... e tutto ciò che si affollava nella sua testolina sognante finché, lì seduta, cadde in un sonno profondo.
Il padre la mise a letto, le diede un bacio sulla fronte e pensò: «Beato chi riesce ad addormentarsi con la facilità di questa creatura».